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Marco Vannini: lo sparo non sarebbe partito per errore

L’incredibile scoperta che la pistola che ha sparato a Marco Vannini era difettosa getta nuove ombre sui protagonisti di questo giallo.

La morte di Marco Vannini è finora uno dei gialli più complicati ma anche uno di quelli da risolvere per dare giustizia ai genitori del ragazzo, Marina e Valerio, che hanno perso tragicamente il loro unico figlio. La clamorosa novità che potrebbe dare una svolta al caso è che lo sparo che ha ucciso Marco non sarebbe partito in modo volontario perché la pistola dalla quale è partito il colpo è difettosa.

Ecco la relazione rilasciata dai tecnici della procura di Civitavecchia: “La pistola modello Beretta 380 SH, detenuta da Antonio Ciontoli e dalla quale è partito il proiettile che ha ucciso Marco Vannini, è un’arma mal funzionante. In particolare è stato accertato, nel corso di una perizia tecnica, che quell’arma poteva sparare solo se avesse avuto il “cane” (cioè la leva che si trova alla fine della canna) alzato. Diversamente, e quindi nel caso in cui il “cane” fosse rimasto abbassato, la pistola non avrebbe mai potuto sparare”.

E’ chiaro dunque che, chi ha impugnato l’arma, lo ha fatto con l’intenzione di sparare. Ma chi è stato il vero esecutore di quell’omicidio? Secondo la madre della vittima, Antonio Ciontoli ha costruito un castello di bugie. Adesso si attendono ulteriori sviluppi alle indagini e, si spera, la soluzione del delitto

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